Corte Costituzionale, sentenza 20.10.2016 n. 225 Filiazione – cessazione della convivenza di coppia omosessuale – interesse del figlio minore a conservare rapporti significativi con l’ex partner del genitore biologico – infondata la questione di illegittimità costituzionale dell’art. 337 ter c.c. – tutela rinvenibile nell’art. 333 c.c.

Corte Costituzionale, sentenza 20.10.2016 n. 225

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Filiazione – cessazione della convivenza di coppia omosessuale – interesse del figlio minore a conservare rapporti significativi con l’ex partner del genitore biologico – infondata la questione di illegittimità costituzionale dell’art. 337 ter c.c. – tutela rinvenibile nell’art. 333 c.c.


La Corte Costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 337 ter c.c. sollevata dalla Corte d’Appello di Palermo, in riferimento agli artt. 2, 3, 30 e 31 della Costituzione ed all’art. 117, quest’ultimo in relazione all’art. 8 della CEDU.
Il giudice a quo aveva sostenuto, nella specie, che il tenore letterale della disposizione in esame (l’art. 337 ter c.c.), che include espressamente nell’area di protezione le sole relazioni del minore con ascendenti e parenti, non consentisse una lettura costituzionalmente orientata per affermare il diritto dei minori a mantenere un rapporto anche con il soggetto non parente, quale era la compagna della madre biologica.
Con la pronuncia in oggetto, la Corte ha ritenuto non configurabile nel nostro ordinamento un vuoto nella tutela dell’interesse del minore a conservare rapporti significativi con l’ex partner omosessuale del genitore biologico.
Invero, ha motivato che l’art. 333 c.c. già consente di considerare in contrasto con l’interesse del minore l’interruzione ingiustificata da parte di uno o di entrambi i genitori di un rapporto significativo del minore, da quest’ultimo instaurato ed intrattenuto con soggetti che non siano parenti, riconducendola nell’ipotesi della condotta del genitore “comunque pregiudizievole al figlio”, in relazione alla quale il succitato art. 333 c.c. consente appunto al giudice di adottare “i provvedimenti convenienti” nel caso concreto.

ILLEGITTIMA LA DISPOSIZIONE CHE PREVEDE LA RIDUZIONE DELLA PENSIONE DI REVERSIBILITA’ A FAVORE DEL CONIUGE NEL CASO IN CUI IL DE CUIUS ABBIA CELEBRATOIL MATRIMONIO AD ETA’ SUPERIORE A 70 ANNI E LA DIFFERENZA DI ETA’ TRA I CONIUGI SIA SUPERIORE A VENT’ANNI

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 174 del 15 giugno 2016, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 18, comma 5 del decreto legge 6 luglio 2011 n. 98 convertito con legge 15 luglio 2011 n. 111 per violazione degli artt. 3, 36 e 38 Cost.
La norma dichiarata illegittima prevedeva per le pensioni decorrenti dal 1° gennaio 2012 che l’aliquota percentuale della pensione di reversibilità a favore del coniuge superstite fosse ridotta, nei casi di matrimonio contratto dal de cuis ad età superiore a 70 anni con una differenza di età tra i coniugi superiore a 20 anni, del 10% in ragione di ogni anno del matrimonio con il de cuius mancante rispetto al numero di 10, per cui il coniuge superstite avrebbe dovuto dal 2012 ricevere una pensione nella misura percentuale sopra riferita.
La questione di legittimità è stata rimessa alla Corte Cost. dalla Corte dei Conti della Regione Lazio.
La Corte ha osservato come la pensione di reversibilità configuri “una forma di tutela previdenziale ed uno strumento necessario per il perseguimento dell’interesse della collettività alla liberazione di ogni cittadino dal bisogno ed alla garanzia di quelle minime condizioni economiche e sociali che consentono l’effettivo godimento dei diritti civili e politici” e ciò ex art. 3, 2° comma della Costituzione, rilevando come “la pensione di reversibilità erogata al coniuge superstite si colloca nell’alveo degli art. 36, 1° comma e 38, 2° comma, della Carta fondamentale, che prescrivono l’adeguatezza della pensione quale retribuzione differita e l’idoneità della stessa a garantire un’esistenza libera e dignitosa” osservando, inoltre, che “la finalità previdenziale della pensione di reversibilità si raccorda ad un peculiare fondamento solidaristico, in quanto tale prestazione mira a tutelare la continuità del sostentamento e a prevenire lo stato di bisogno che può derivare dalla morte del coniuge”.
La Corte, su tali presupposti, ha rilevato come la disposizione impugnata si riveli “disarmonica” rispetto ai principi costituzionali sopra ricordati, chiarendo come “la disposizione dichiarata incostituzionale abbia introdotto una regolamentazione irragionevole, incoerente con il fondamento solidaristico della pensione di reversibilità che ne determina la finalità previdenziale, presidiata dagli art. 36 e 38 Cost.”, precisando che, operando a danno del solo coniuge superstite più giovane, “si conferisce, in tal modo, rilievo a restrizioni a mero fondamento naturalistico (sentenza. n. 587 del 1988, punto 2 del Considerato in diritto”) che la giurisprudenza della stessa Consulta ha già ritenute estranee “all’essenza e ai fini del vincolo coniugale”, con peculiare riguardo all’età avanzata del contraente e alla durata del matrimonio”.
Secondo la Corte, il sistema introdotto dalla norma dichiarata incostituzionale appare tanto più “inaccettabile quando la durata del matrimonio sia inferiore all’anno”, ipotesi secondo la quale “la durata del matrimonio azzera il trattamento previdenziale”, per cui “Il meccanismo di riduzione, concepito in termini graduali dal legislatore, si risolve in una esclusione pura e semplice del diritto”.
Correttamente la Corte ha evidenziato che “il nesso tra durata del matrimonio e ammontare della pensione di reversibilità non si correla ad una previsione generale e astratta, eventualmente incentrata su un requisito minimo di convivenza, valido per tutte le ipotesi. Tale nesso, articolato nei termini singolari di un progressivo incremento dell’importo della pensione al protrarsi del matrimonio riguarda la sola ipotesi in cui il matrimonio sia scelto da chi ha già compiuto i 70 anni e la differenza di età tra i coniugi travalichi i 20 anni.”
Conclude la Corte precisando che “il rilievo peculiare della durata del matrimonio, nella sola ipotesi regolata dalla disciplina in esame, ne palesa, da altra e ugualmente pregnante angolazione, – il contrasto già segnalato con l’art. 3 Cost.”.
Da tali considerazioni, che abbiamo riassunto, come previsto dalle finalità della presente NL, la Corte fa discendere la fondatezza della questione di legittimità costituzionale sopra ricordata.
La questione appare di rilevante interesse sociale per la sempre maggior diffusione di matrimoni tra ultrasettantenni e persone con più di 20 anni in meno.

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Corte Costituzionale, sentenza n. 76 del 7.4.2016 Legittimità costituzionale degli artt. 35 e 36 della legge 4.5.1983, n. 184 – violazione artt. 2-3-30-31 e 117 Cost. – riconoscimento della sentenza straniera di adozione – inammissibilità

Legittimità costituzionale degli artt. 35 e 36 della legge 4.5.1983, n. 184 – violazione artt. 2-3-30-31 e 117 Cost. – riconoscimento della sentenza straniera di adozione – inammissibilità

Il caso è quello di una coppia omosessuale che, nell’ambito di un progetto di vita assieme tra la madre biologica e quella adottiva, ha dato alla luce una figlia tramite la procedura di inseminazione artificiale.
La madre non biologica ha ottenuto l’adozione della minore dal Tribunale dello Stato dell’Oregon e, successivamente, le parti hanno contratto matrimonio secondo la legge degli Stati Uniti d’America.
Successivamente le parti si sono trasferite in Italia e la madre adottiva ha chiesto in Italia il riconoscimento del provvedimento statunitense di adozione.
Il Tribunale per i Minorenni di Bologna ha ritenuto ostativo al riconoscimento la contrarietà all’ordine pubblico della sentenza, ritenendo che per il diritto vivente debba escludersi che un minore possa essere adottato da persona che sia coniuge del genitore nell’ambito di un matrimonio contratto all’estero tra persone dello stesso sesso, costituendo la necessaria diversità dei sessi un presupposto implicito e inderogabile della disciplina adottiva.
Il Tribunale per i Minorenni, pur non discostandosi dall’orientamento giurisprudenziale maggioritario, ha rimesso la questione avanti alla Corte Costituzionale, non condividendo l’impostazione consolidatasi nel diritto vivente.
La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile il ricorso.
La giustificazione che il giudice a quo fornisce in ordine all’esistenza della propria potestas iudicandi esibisce un difetto di motivazione sulla rilevanza: se egli avesse ritenuto che la sentenza straniera dovesse essere riconosciuta in modo automatico, ai sensi del comma 1 dell’art. 41 della legge n. 218 del 1995, avrebbe dovuto dichiarare inammissibile la domanda, poichè, in tale ipotesi, il provvedimento straniero potrebbe essere direttamente presentato all’ufficiale di stato civile per la trascrizione; se, invece, avesse adeguatamente motivato in ordine al fatto che la legge n. 218 del 1995 gli consentiva di svolgere un giudizio ai fini del riconoscimento della sentenza di adozione pronunciata all’estero, avrebbe dovuto fare riferimento unicamente all’art. 41, comma 2, della legge n. 218 del 1995 e alle pertinenti disposizioni della legge n. 184 del 1983.
In realt , richiamando la disposizione da ultimo citata, il giudice a quo ha erroneamente ritenuto applicabile al caso oggetto del suo giudizio la disciplina in tema di riconoscimento delle sentenze di adozione internazionale di minori, riconducendo la fattispecie da cui origina il giudizio principale all’art. 36, comma 4, della legge n. 184 del 1983, che estende il controllo giudiziale del Tribunale per i minorenni ad una particolare ipotesi di adozione di minori stranieri in stato di abbandono da parte di cittadini italiani.
Tale disposizione relativa al riconoscimento di decisioni di adozione assunte in Stati che risultano aderenti alla Convenzione dell’Aja del 29 maggio 1993, ratificata e resa esecutiva con “l’adozione pronunciata dalla competente autorità di un Paese straniero a istanza di cittadini italiani, che dimostrino al momento della pronuncia di aver soggiornato continuativamente nello stesso e di avervi avuto la residenza da almeno due anni, viene riconosciuta ad ogni effetto in Italia con provvedimento del tribunale per i minorenni, purchè conforme ai principi della Convenzione».
Il rimettente, ricordando come la Corte di cassazione (sezione prima civile, 14 febbraio 2011, n. 3572) abbia ritenuto che, anche in tale ipotesi, il giudice debba verificare se la sentenza pronunciata all’estero contrasti con i «principi fondamentali che regolano nello Stato il diritto di famiglia e dei minori» limite contenuto nel comma 3 dell’art. 35 solleva le questioni di legittimità costituzionale in esame, assumendo che proprio quel limite impedirebbe il riconoscimento della sentenza pronunciata negli Stati Uniti d’America come un’adozione in casi particolari del figlio del coniuge (ai sensi dell’art. 44, comma 1, lettera b, della legge n. 184 del 1983) nell’ambito di una coppia dello stesso sesso.
La fattispecie da cui ha avuto origine il giudizio di costituzionalità non è, però, correttamente riconducibile all’art. 36, comma 4, della legge n. 184 del 1983.
Il Tribunale per i minorenni di Bologna ritiene evidentemente determinante il fatto che la ricorrente al momento del ricorso era cittadina italiana. Non considera, tuttavia, che, al momento dell’adozione, ella era solo cittadina americana e che l’adozione pronunciata negli Stati Uniti d’America nel 2004 riguardava una bambina di cittadinanza americana. Ha quindi erroneamente ricondotto la fattispecie oggetto del proprio giudizio ad una disposizione, appunto il citato art. 36, comma 4, volta ad impedire l’elusione, da parte dei soli cittadini italiani, della rigorosa disciplina nazionale in materia di adozione di minori in stato di abbandono, attraverso un fittizio trasferimento della residenza all’estero.

Corte Costituzionale, sentenza 24.9.2015, n. 194 (Pres. Criscuolo, est. Grossi) Art. 38, primo comma, disp. att. c.c. come modificato dall’art. 96 d.lgs n. 154/2013 – art. 317 bis c.c. – diritto degli ascendenti a mantenere rapporti significativi con i nipoti – competenza del tribunale dei minorenni – questione di legittimità costituzionale – non fondata

Corte Costituzionale, sentenza 24.9.2015, n. 194 (Pres. Criscuolo, est. Grossi)
Art. 38, primo comma, disp. att. c.c. come modificato dall’art. 96 d.lgs n. 154/2013 – art. 317 bis c.c. – diritto degli ascendenti a mantenere rapporti significativi con i nipoti – competenza del tribunale dei minorenni – questione di legittimità costituzionale – non fondata

L’art. 317 bis c.c., come sostituito dal d.lgs. n. 154 del 2013, prevede che gli ascendenti, impediti nell’esercizio del diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni, possono ricorrere al giudice del luogo di residenza abituale del minore affinchè siano adottati i provvedimenti più idonei nell’esclusivo interesse del minore, con applicazione dell’art. 336, secondo comma c.c.
L’art. 38 delle disp. att. c.c. attribuisce la competenza per tali procedimenti al tribunale per i minorenni.
Il Tribunale di Bologna ha posto una questione di legittimità costituzionale sull’art. 38, primo comma, disp. att. c.c. ritenendo il giudice rimettente che la norma si ponga in contrasto con gli artt. 3 e 111 Cost. “per una intrinseca irragionevolezza e una rottura del principio di concentrazione processuale” posto che, mentre tutti i procedimenti di cui all’art. 333 c.c. possono essere trattati dal tribunale ordinario se pendente un procedimento di separazione o divorzio, ex art. 337 bis c.c., ciò non potrebbe avvenire per i soli procedimenti di cui all’art. 317 bis c.c.
La Corte Costituzionale ha ritenuto la questione di legittimità costituzionale non fondata.
Secondo la Corte, infatti, la logica del “cumulo processuale” che ha orientato i giudici rimettenti si fonda su criteri che non appaiono tali da compromettere la ragionevolezza, costituzionalmente rilevante, della norma in esame.
Il “cumulo processuale” previsto per i provvedimenti di cui all’art. 333 c.c., affidati alle cure del giudice ordinario quando penda un procedimento di giudizio o di separazione, si giustifica in relazione alla circostanza per cui le parti coinvolte in giudizio siano soggettivamente le stesse (ovvero i genitori ed i figli minori).
Nell’ipotesi, del tutto differente, di cui all’art. 317 bis c.c. è evidente che sarebbero soggettivamente diverse le parti in giudizio come diversi sarebbero gli interessi in contesa, e ciò giustifica la scelta di attribuire la competenza ad un giudice specializzato; senza contare che il cumulo di questo contenzioso con quello della separazione finirebbe inevitabilmente per introdurre, anche fra gli stessi coniugi, un ulteriore elemento di conflittualità, potenzialmente eccentrico rispetto a quelli già presenti.

Corte Costituzionale, sentenza 22.10.2015, n. 205 (Pres. Criscuolo, est. Sciarra) Art. 72 d.lgs 26.3.2001, n. 151 – questione di legittimità costituzionale – fondata – illegittimo nella parte in cui, nell’adozione nazione, accorda l’indennità di maternità alla libera professionista a condizione che il bambino non abbia superato i sei anni di età

Corte Costituzionale, sentenza 22.10.2015, n. 205 (Pres. Criscuolo, est. Sciarra)
Art. 72 d.lgs 26.3.2001, n. 151 – questione di legittimità costituzionale – fondata  – illegittimo nella parte in cui, nell’adozione nazione, accorda l’indennità di maternità alla libera professionista a condizione che il bambino non abbia superato i sei anni di età

Il Tribunale ordinario di Verbania, in funzione di giudice del lavoro, ha sollevato una questione di legittimità costituzionale dell’art. 72 del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 (Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e paternità, a norma dell’art. 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53), in riferimento agli artt. 3 – 31 e 37 Cost., nella parte in cui, per il caso di adozione nazionale, concede l’indennità di maternità alla madre libera professionista solo se il bambino non abbia superato i sei anni d’età.
Il giudice rimettente assume che la normativa sull’indennità di maternità, nel prevedere il limite dei sei anni d’età del bambino soltanto per la madre libera professionista che ricorra all’adozione nazionale, contravvenga al fondamentale canone di eguaglianza e al principio di tutela della maternità e dell’infanzia; la norma riserverebbe un trattamento deteriore alle madri libere professioniste che scelgono le procedure dell’adozione nazionale, rispetto alle madri lavoratrici dipendenti e autonome, per un verso, e, per altro verso, rispetto alle madri libere professioniste che ricorrono all’adozione internazionale.
La Corte Costituzionale ha ritenuto fondata la questione e ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 72 del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 nella parte in cui, per il caso di adozione nazionale, concede l’indennità di maternità alla madre libera professionista solo se il bambino non abbia superato i sei anni d’età.
Nel negare l’indennità di maternità soltanto alle madri libere professioniste che adottino un minore di nazionalità italiana, quando il minore abbia già compiuto i sei anni di età, la disciplina si pone in insanabile contrasto con il principio di eguaglianza e con il principio di tutela della maternità e dell’infanzia, declinato anche come tutela della donna lavoratrice e del bambino.