02 Luglio 2016 | Legislazione e giurisprudenza Legislazione europea

Corte Europea dei diritti dell’Uomo, Sez. IV, sentenza 12.4.2016 nel ricorso 12060/12 – M.C. e A.C. contro Romania Discriminazioni ed odio fondati sull’orientamento sessuale – violazione obblighi positivi derivanti dagli articoli 1, 3 e 14 della CEDU – no rapide ed efficienti indagini sul caso – reato lasciato prescrivere – hate crimes non devono essere trattati su un piano di parità con i delitti non motivati da odio

Corte Europea dei diritti dell’Uomo, Sez. IV, sentenza 12.4.2016 nel ricorso 12060/12 – M.C. e A.C. contro Romania
Discriminazioni ed odio fondati sull’orientamento sessuale – violazione obblighi positivi derivanti dagli articoli 1, 3 e 14 della CEDU – no rapide ed efficienti indagini sul caso – reato lasciato prescrivere – hate crimes
non devono essere trattati su un piano di parità con i delitti non motivati da odio

Nel proprio ricorso, due cittadini romeni esponevano che il 3 giugno 2006 avevano partecipato al gay pride tenutosi a Bucarest. Prevedendo disordini, la polizia aveva preso parte alla manifestazione a garanzia della sicurezza di tutti i partecipanti e, insieme agli organizzatori, aveva fornito precise indicazioni sui comportamenti da adottare una volta terminato l’evento. Per quanto avessero osservato tali istruzioni, compresa la peculiare raccomandazione a non indossare “abiti o qualsiasi altro elemento” che potesse visivamente ricondurli al gay pride, i due giovani ricorrenti venivano aggrediti in metro da un gruppo di sette persone, riportando una serie di contusioni. Tenendo conto degli insulti pronunciati dagli aggressori (“Voi, froci, andate in Olanda!”), i sigg. M.C. e A.C. si rivolgevano alla polizia per denunciare le violenze subite specificando espressamente che, a loro avviso, erano motivate dall’odio degli aggressori nei confronti del gruppo LGB. Poco dopo, riuscivano a fornire alle autorità competenti alcune foto, scattate in metro durante l’aggressione, da cui appariva possibile identificare tutti i responsabili, tra cui un membro dei servizi di sicurezza rumeni. Nonostante tali prove, le ripetute sollecitazioni da parte dei ricorrenti e il lungo periodo investigativo pari a quasi sei anni, le indagini si concludevano con una sentenza di non luogo a procedere nel 2011. Tutti i tentativi di convincere le autorità interne a rivedere la loro decisione, compresa l’assenza di specifiche indagini sui motivi alla base dell’accaduto, risultavano vani. Posto che solo oggi l’ordinamento rumeno prevede una espressa tutela contro i crimini d’odio, anche quando sono basati sull’orientamento sessuale, dinanzi alla Corte Edu si poneva piuttosto il problema di capire se le modalità con le quali erano state condotte le indagini e, più in generale, come era stato trattato il loro caso potevano ritenersi conformi agli obblighi derivanti dalla Cedu.
La Corte, accogliendo il ricorso, ha ritenuto che la Romania avesse violato gli obblighi positivi derivanti dagli articoli 1,3 e 14 della CEDU non avendo, a seguito della denuncia penale per lesioni e intimidazione motivati da odio fondato sull’orientamento sessuale, condotto una rapida ed efficiente indagine sul caso, lasciando prescrivere il reato, e non avendo adottato specifiche disposizioni di legge penale più gravi sui reati motivati da odio fondato su tale fattore di rischio, trattandoli su un piano di parità con quelli non motivati da odio omofobico e così prevedendo un minore termine di prescrizione.
La Corte di Strasburgo interpreta gli obblighi positivi degli Stati di impedire trattamenti inumani e degradanti costituenti hate crimes (nella specie, omofobici) nel senso che non è solo necessario svolgere efficienti indagini a seguito della loro denunzia, ma anche che essi non debbano essere trattati su un piano di parità con i delitti non motivati da odio.