05 Novembre 2016

DIVORZIO IN COMUNE: Sì ALL’ASSEGNO DI MANTENIMENTO

DIVORZIO IN COMUNE: Sì ALL’ASSEGNO DI MANTENIMENTO
Per il Consiglio di Stato il divieto di patti di trasferimento patrimoniale riguarda semmai l’assegno una tantum. Ribaltata la posizione del TAR del Lazio

Il Consiglio di Stato ha pubblicato in data 26.10.2016 la sentenza con cui ha ribaltato la decisione del TAR del Lazio che aveva accolto il ricorso dell’AIAF e della Associazione Donna Chiama Donna Onlus avverso la Circolare del Ministero dell’Interno n. 6 del 24.4.2015, Circolare secondo la quale i coniugi, privi dall’assistenza di un difensore, avrebbero potuto stabilire o meno un assegno di mantenimento anche con gli accordi avanti l’Ufficiale di Stato Civile.
Il TAR Lazio aveva escluso che la locuzione giuridica “patti di trasferimento patrimoniale” utilizzata nel detto art. 12 potesse essere intesa, come aveva fatto l’impugnata Circolare n. 6,  in senso restrittivo così da farvi rientrare, ad esempio, solo l’ipotesi di assegno “una tantum” a favore del coniuge economicamente più debole.Il Consiglio di Stato, invece, ha privilegiato un’interpretazione filologicamente piu ristretta di detta  locuzione, affermando, tra l’altro, che il coniuge così detto “più debole” era libero di non partecipare alla procedura avanti l’Ufficiale dello Stato Civile, opponendosi, quindi, alla volontà del coniuge “più forte” (economicamente e psicologicamente) o rifiutandosi di recarsi a sottoscrivere l’atto avanti l’Ufficiale di Stato Civile, munendosi eventualmente di un difensore e ricorrendo al Tribunale competente.
Tale interpretazione – dimenticando pilatescamente il diffuso dato sociologico di persone “deboli” – ignora completamente la situazione in cui versano coniugi che siano soggetti ad un’opera di prevaricazione e di condizionamento da parte dell’altro coniuge, e si trovino in uno stato di sudditanza nei confronti dell’altro coniuge, persone che hanno bisogno di sostegno psicologico, o che si trovano in stato di depressione, ovvero in quelle condizioni di inferiorità che le rendono obiettivamente deboli e incapaci di contrastare la volontà prevaricatrice di un coniuge “dominante”.
AIAF non può che rammaricarsi della decisione presa dai Supremi Giudici Amministrativi, che appare privilegiare il punto di vista letterale e filologico, ma che non tiene conto di tutti coloro – e sono tanti – che al momento della separazione o del divorzio (o della modifica delle condizioni stabilite in tali due procedimenti) possono essere costretti a concludere accordi per loro svantaggiosi, senza il supporto protettivo degli avvocati e dei giudici.
AIAF prende atto della decisione e confida in un pronto intervento del legislatore su questo come su altri aspetti della Legge 162/2014 impedendo che l’efficientismo e la velocità comprimano l’irrinunciabile tutela dei diritti soprattutto delle parti più deboli.