In tema di maltrattamenti in famiglia, lo stato di inferiorità psicologica della vittima non deve necessariamente tradursi in una situazione di completo abbattimento.
A ben vedere, può consistere anche in un avvilimento generale conseguente alle vessazioni patite, non escludendo sporadiche reazioni vitali ed aggressive della vittima la sussistenza di uno stato di soggezione a fronte di soprusi abituali.
Lo chiarisce la Corte di Cassazione, all’interno della sentenza n. 35493/2023.
Il provvedimento è stato depositato dalla sesta sezione penale lo scorso 23 agosto.
Per la configurabilità del reato, argomentano i giudici di piazza Cavour, è richiesto uno stato di totale soggezione o annientamento della vittima.
Invero, si legge nel provvedimento, ciò che rileva è l'oggettiva idoneità della condotta ad imporre condizioni di vita umilianti e mortificanti, a nulla rilevando il grado di reazione o tolleranza della vittima.
Nel caso specifico, il marito era esploso in una condotta violenta a seguito delle continue domande sulla presunta relazione extraconiugale.
