Una madre di origini straniere è stata condannata per maltrattamenti aggravati per aver fatto vivere nella sporcizia il figlioletto nato da pochi giorni. In più, la donna allattava il neonato dopo aver assunto cocaina e cannabis.
È quanto emerge dalla sentenza n. 43307/2023, emessa dalla Suprema Corte. La sesta sezione penale della Cassazione ha depositato la sentenza lo scorso 25 ottobre.
Il delitto di maltrattamenti , precisano i giudici di piazza Cavour, non è un reato di evento, ma di condotta. Perché esso si configuri, dunque, è sufficiente che il comportamento dell'agente sia idoneo sotto il profilo oggettivo a determinare nella vittima una condizione di sofferenza psico-fisica non semplicemente transitoria, ma non anche che tale stato emotivo concretamente si realizzi e si manifesti.
Il quadro probatorio, architettato soprattutto sui resoconti forniti dalle forze dell'ordine a chiusura del blitz effettuato nella casa abitata dalla donna, è ritenuto chiarissimo dai giudici di merito, i quali condannano, sia in primo che in secondo grado, la donna poiché colpevole di maltrattamenti aggravati nei confronti del figlio neonato.
Precisamente , i giudici chiariscono che i maltrattamenti sono stati realizzati dalla donna costringendo il figlioletto a penose condizioni di vita, e, in particolare, a vivere in un appartamento, caratterizzato da pessime condizioni igienico sanitarie e in cui si consumavano, anche per inalazione, sostanze stupefacenti .
